BASE PROGETTI PER L'ARTE

CHRISTIAN JANKOWSKI

no-profit
Inaugurazione: venerdì 30 gennaio 2015 / ore 18
30 gennaio / 21 marzo 2015

BASE / Progetti per l’arte presenta la mostra site specific di Christian Jankowski con opere realizzate in dialogo con il contesto di Firenze e lo spazio autogestito da artisti BASE, fondato diciotto anni fa.

no-profit” è il nuovo progetto di Christian Jankowski pensato appositamente per l’occasione in cui il concetto, la sigla, gli ideali evocati da questa definizione possono essere analizzati collettivamente partendo dalla sua ri-proposizione in quanto oggetto (per mezzo di una scritta al neon), ma anche come racconto (tramite una lista visibile sul muro che evidenzia tutto ciò che ha reso possibile la realizzazione del neon stesso). Jankowski, con questo “intervento di matrice concettuale e relazionale”, suggerisce una visione differente di Base, sposta cioè l’attenzione dallo spazio fisico ai meccanismi, anche economici, che lo sottendono, quali l’autotassazione degli artisti del collettivo che ne permettono l’esistenza oltre alle dinamiche organizzative che di solito rimangono nascoste. Tutto ciò inevitabilmente si confronta con l’attuale situazione caratterizzata dall’economia immateriale della nuova finanza, con la comune accettazione che le informazioni in internet non sono mai del tutto corrette o verificabili e infine con le amicizie virtuali dei social network, che sono ovunque ma nelle quali nessuno è mai realmente presente. Lo sguardo di Jankowski tuttavia non si ferma al contesto di BASE bensì si allarga al luogo in cui si trova: la città di Firenze. Così, l’altra faccia della medaglia dell’installazione “no-profit” è l’opera esposta nell’altra sala dal titolo “friends to friends”. Quest’ultima consiste in una mappa della città, di una serie di fotografie e altri segni che testimoniano l’happening che ha realizzato l’artista nelle trattorie e nei ristoranti in città, in cui normalmente sono esposti al loro interno le fotografie scattate a persone famose assieme al personale o ai proprietari dei locali, come per sottolineare l’importanza o la qualità del luogo stesso. Jankowski si è fotografato con le stesse persone di questi locali ricreando la posa esatta delle foto originali (tra cui compaiono John Travolta, Rocco Siffredi, Valeria Marini, Matteo Renzi e molti altri), ma inserendosi nella scena come se fosse la sua immagine speculare. Le uniche cose che cambiano sono l’aspetto della persona fotografata con l’artista, che nel frattempo, anche se di poco, è invecchiata e un foglio con una frase che risponde alla domanda fatta da Jankowski: per te quale è la definizione dell’amicizia? Questo progetto indaga il concetto di celebrità, di intimità e di amicizia nell’epoca del villaggio globale, oltre che proporre una lettura dell’opera d’arte e dello spazio d’arte come mezzo per discutere attorno al loro ruolo nella società di cui fanno parte.

Christian Jankowski (Göttingen 1968, vive e lavora a Berlino) è un’artista che utilizza i nuovi mezzi di comunicazione in maniera concettuale per evidenziare le relazioni che esistono tra spettatore, autore, informazione pubblica e società, attraverso le quali punta a suggerire una possibile ri- formulazione di quest’ultima. Le sue opere video, le serie fotografiche, i grandi quadri realizzati in Cina o i segni/testi in neon nascono tutti dal suo personale approccio performativo nei confronti della realtà con cui si mette in dialogo e che vuole indagare. L’obiettivo della sua pratica è quello di stabilire in maniera spontanea una natura collaborativa affinchè ogni osservatore partecipi e contribuisca, spesso involontariamente, all’esistenza dell’opera/processo. Da questo punto di vista è esemplare il lavoro che ha presentato nel 1999 alla Biennale di Venezia, il quale consisteva in un montaggio video delle registrazioni televisive delle proprie telefonate a maghi e indovini di alcune emittenti locali, consultati per avere anticipazioni proprio sull’esito della sua partecipazione alla mostra lagunare. Le opere di Jankowski sono tutte avvolte da un alone di spontaneità e di surrealtà tali da costringere lo spettatore a rivalutare il modo con cui giudica il mondo. Questo tipo di strategia riflessiva è quella che lo ha portato a realizzare per la Biennale di Sydney del 2010 un racconto video, per mezzo di strani “Tableau vivant” in cui lui e le persone che lavoravano alla biennale erano i protagonisti, del processo della realizzazione di quell’opera dal suo primo incontro con il curatore fino alla serata dell’opening. La sua ricerca è il frutto di continui incroci performativi tra mondi apparentemente diversi (quello della magia, dei santoni televisivi, del cinema horror, dei politici fino ai membri del Vaticano) che istigano un dialogo più ampio sulla natura dell’arte e del ruolo dell’artista e soprattutto su quello del pubblico. Questo modo di insinuarsi nei meccanismi stessi dei contesti che esplora lo ha reso il curatore ideale per la futura edizione di Manifesta, l’importante Biennale itinerante che si terrà a Zurigo nel 2016. Tra le sue principali mostre personali sono da ricordare: CCA Ujazdowski Castle, Varsavia (2013); MACRO, Roma (2012 e 2003); Lisson Gallery, Londra (2011, 2006, 2003); Akademie der Künste, Berlino (2010); Centre for Contemporary Art, Tel Aviv (2014, 2010); Bawag Foundation, Vienna (2009); Kunstmuseum Stuttgart, Stoccarda (2008); Miami Art Museum, Miami (2007); Centre d’Art Santa Monica, Barcellona (2007 e 2003). Mentre tra le collettive sono da citare: Taipei Biennial, Taipei (2010); PS1 Contemporary Arts Center, New York (2005); Triennale di Torino, Castello di Rivoli, Rivoli (2005); Serpentine Gallery, Londra (2004); Whitney Biennial, New York (2002); Biennale di Venezia (1999).